A Nacht
un cavallo impazzito
con gli occhi color neve
scorrazza senza redini
nel paesello fantasma
con gli occhi color pece
si aggira tremolante
col volto di un fantasma
il fiammiferaio tremolante
intravede in quell’equino
la mia fervida immaginazione
dal tepore allucinato
nel fiammiferaio tremolante
intravede quell’equino
il mio ego deturpato
dal tepore allucinato
dal cavallo impazzito
il fiammiferario travolto
dal cavallo impazzito
che avvolto tra le nebbie
in un piccolo fienile
inquieto si ripara
scorge il piccolo fienile
sfrega sette zolfanelli
ed oltre la fiammella
vede paglia e segatura
un ghigno in lui trasale
si sente un incendiario
getta gli ultimi fiammiferi
tra i covoni secchi e tiepidi
alzando fiamme al cielo
a bruciare il paesello
di cui lui ora è il menestrello
la mia pelle è pezza grezza…
il mio corpo è pezza grezza…
io sono un pupazzo di pezza grezza e volgare riposto e abbandonato al confino astratto...
nuoto per raggiungere la riva, là c'è qualcuno che mi aspetta...
continuo a nuotare…
continuo a nuotare…
in milioni di pezzi di pezza grezza si scompone il mio corpo di pupazzo…
ad uno ad uno essi annegano dimenticati, pensieri dispersi in remoti spazi irraggiungibili...
pupazzo a pezzi decomposto fluttuo…
ma continuo a nuotare…
continuo a nuotare…
e confuso e stremato sfioro e mi addentro nelle viscere di una spiaggia sconfinata...
mi guardo attorno...ma lei non c'è...non c'è nessuno...
vedo solo i frammenti di un ignoto cuore infranto che tento di consolare...
ma lei non c'è..non c'è nessuno...
mi addormento esausto...
quell'estremità è così notturna e sapiente...
stringi forte la mia mano ti prego! fammi sentire pelle viva e non più tela morta!
in quel tal solito orrido locale ho rivissuto vecchie sensazioni allucinatorie con attrici non protagoniste la noia, un ammasso di corpi umani deleteri e deretani contorti in danze, i miei occhi sbarrati e smarriti a fissare quell’ammasso di corpi, le voci provenienti da quell’ammasso di corpi, il senso di paranoica solitudine alimentato da quelle voci lontane la cui eco rimbombava provocando in me una fastidiosa otite, le mie urla silenziose e inascoltate che invano tentavano di coprire quelle voci lagnanti...
ho richiuso gli occhi rassegnato ad essere straziato dall’indicibile tormento e riaprendoli, senza muovere un passo, mi ritrovo nell’ala n. 7 di un museo avvolto da foschie perpetue, proibita induzione al sogno tappezzata di suggestioni eternamente immortali….
cammino solitario su un pavimento ondulato di fine cristallo…mi seduce l’immobilità del silenzio, nell’aria momentaneo si estende uno sconosciuto requiem, ovunque statue degenerate di adulti e stempiati contorti in cumuli di spregevoli istantanee di perversione senza tempo…statue di donne nude e semi nude, statue di donne che calpestano uomini, statue di eroi solitari dimenticati dal tempo, grovigli di statue attorcigliate tra loro si divorano in balia di vizi primordiali e licantropici…mi avvicino a una di quelle statue, la sfioro e la sento così fredda…vorrei scaldarla, ma io stesso sono freddo e mi rammarico di non poterla aiutare…la lecco e ne gusto quell’intimo sapore di gesso che si posa sulla mia lingua, le sfioro il seno e vengo inondato da una linfa che avidamente risucchio...mi immergo tra i perversi silenzi di un gruppo di statue di satiri e ninfomani e fisso il soffitto dal quale cola quell’infuso al sapore di nebbia disciolta che lava il mio corpo risvegliando fantasie da tempo sopite…
lei si avvicina lentamente con divino portamento camminando su un tappeto di corpi pietrificati, ignudi e immobili…addosso ha il profumo della notte che non tramonta mai…ogni suo passo è una sinfonia dove mi perdo e a nulla più serve il filo d’arianna ormai in cenere che tenevo tra le mani…perfetta è la simbiosi tra l’aria che si respira e quel corpo generato dalla notte e plasmato dalle urla di sculture frantumate sotto il peso dei suoi tacchi… statico sotto di lei assisto all’annientamento dei miei ultimi istinti ribelli….la vorrei sfiorare ma le mie mani sono legate da una fune invisibile generata della mia immaginazione... si siede sulla mia faccia e alza la testa al cielo, il fluido le bagna il viso lisciando la sua pelle, le sue gambe si stringono attorno alla mia testa, mi sento prigioniero di una perdizione illimitata…si alza, i lunghi capelli le coprono il viso, mi involo verso lei con ali spezzate, occhi allucinati, pensieri deviati, ma un colpo di frusta frena l’ingordigia incontrollata che brucia dentro di me…crollo tra le statue aggrovigliate mandando in frantumi i loro rituali orgiastici…un piede avvolto in uno stivale in pelle nera si appoggia sul mio basso ventre premendo con rovinosa foga…urlo angoscia al mondo disinteressato, urlo angoscia a lei a cui imploro di lasciare un'indelebile impronta sulle tracce di dolore che imperversano in quel luogo senza gravità……un sorriso e tre passi su di me, poi più nulla, altri due passi, due lance a spillo sprofondano nel mio petto, lei è fissa sopra di me, cosa darei per conoscere i suoi pensieri, ma non posso far altro che ammirare quel corpo che non sfioro per timore di contaminarlo con la mia vergogna…accende una sigaretta, della pioggia di cenere cade su di me mescolata tra gocce di lacrime amare…poi scende dal mio corpo e senza più degnarmi di uno sguardo si allontana dietro a una porta di cobalto…non sento più i suoi passi, ora sento solo i passi della solitudine…
impalato su una sedia fisso la scacchiera incastonata nel mezzo di una discarica post atomica tra carcasse di bambole di legno dagli occhi cavati, odore di uranio, televisori sintonizzati su canali inesistenti, radio silenziose e perse…odo solo i versi di gabbiani radioattivi e il lento rosicare di termiti grandi come ratti che divorano il legno della sedia traballante da cui fisso la scacchiera…il mio corpo è la discarica post atomica, marchiato da 97 punture bruciate di sigaretta…
siamo solo io e io, il mio ego alienato contro l’alienato ego mio…ogni mia pecca, ogni mia paranoia, ogni mia ossessione, materialiazzata di fronte a me…mi ero immaginato ma non mi ero mai visto e non mi ero mai parlato…uno sciatto mantello indosso, un viso pallido, sguardo allucinato, pelle stanca…sono terrorizzato dal vuoto gorgo che le mie spalle riescono a coprire solo in parte, ma non posso fare a meno di fissare i miei occhi vitrei che ho cercato e respinto, trovato e respinto…
io voglio sottomettermi…io voglio liberarmi….
gioco magistralmente con pedine di colore nero…mi restano solo 5 pedine bianche…un alfiere di sodoma, si muove con gambe divaricate che poco si addicono a un combattente all’ultima ora, una torre dimezzata, mortificata dalla consapevolezza di essere una inutile e instabile torre dalla cui cima nulla più si vede se non i resti di 11 bianche pedine aventi le sembianze di fantocci umani traditori abbandonatisi al nemico, un cavallo con l’irruenza di un leone ferito a cui sono incatenato e che orina con disprezzo contro la cieca torre dimezzata, un re inetto sconsacrato e senza scettro in attesa della ghigliottina e la regina di cui vedo solo i lunghi capelli biondi scendere sulle spalle….
cade l’alfiere…cade la torre…cade la 98esima sigaretta sul mio corpo martoriato… cade il fiato gelido della mia ombra sul mio collo soffocato dagli stenti…sono rassegnato al grottesco sacrificio…sento la sedia sgretolarsi divorata dalle termiti giganti e cado in terra battendo il capo…tramortito dall’ansia ho solo il tempo di vedere il salto del cavallo con in groppa la regina…mi scavalca come un ostacolo insignificante su un cammino inarrestabile e vengo trascinato incatenato lontano attraverso uno sterminato viale alberato…la regina si volta, getta la 99esima sigaretta, mi fissa….ha lo stesso sguardo vigoroso e ipnotico del mio alter ego…ma lei è il principio che dalla fine mi trascina via lasciando la mia precaria esistenza nell’attesa dell’ultima mossa, rinviata, ma solo per poco…
biglia impazzita
rotola internata
nella fabbrica malata
di macchinari decadenti
e tra le urla impazienti
di operai malcontenti
supera la grata
cade in un fossato
profondo e desolato
sola la biglia
nella scura fanghiglia
la vede un viandante
la crede un diamante
con rabbia lanciata
ben oltre la grata
la biglia ferita
rotea impazzita
prigioniera internata
nella fabbrica malata
una foresta dai remoti peccati…dinanzi a me piante immense perforano il cielo plumbeo, dietro di me un enorme baratro…ho come la sensazione di essere ai confini dell’universo… guardo nel baratro e sento solo l’odore dell’eternità mescolato ai lamenti sinistri di chi è calpestato dal nefasto peso della perdizione… mi addentro nella foresta, c’è un intenso profumo di muschio, diventa sempre più forte…mi abbandono assuefatto a quell’aroma, perso in una foschia funesta…cado a terra e comincio a sospirare, a godere, eccitato da quel sapore mistico…mi contorco dal piacere, sono il saturo emblema di una euforia celeste… quell’esplosione dei sensi si abbatte sulla purezza incontaminata di quella foresta millenaria ungendola del mio sudore carnale…perso mi ritrovo nel cuore della foresta, in un prato dall’erba color turchese circondato da filo spinato fatto con gli artigli di draghi metropolitani… ammiro dinanzi a me un branco di triceratopi con tre zampe…odo il loro risveglio, odo il ridestarsi dei demoni interrati in quel prato turchese, odo il traboccare di un’estasi degenerata….i triceratopi si scagliano su di me schiacciando il mio corpo impuro, urlo dal dolore come non ho mai osato fare…i demoni del prato turchese sniffano i miei gemiti contorti portando il loro orgasmo ai limiti estremi del baratro dell’eternità…il filo spinato mi avvolge, mi intrappola, le sue spine penetrano la mia carne, entrano in profondità dentro di me congiungendosi carnalmente con il mio dolore… sono sfinito…i miei occhi si chiudono con la consapevolezza che non si apriranno mai più…
ma li vedo riaprirsi in una piccola radura bagnata da una flebile pioggia turchese… triceratopi nani, filo senza spine, è tutto così quieto qui, mi sento al centro dell’universo, dove tutto ha inizio e dove nulla ha fine…finalmente appartengo all’eternità, per sempre…
danzo tra le tenebre
con occhio terso e funebre
mangio un cereale
in compagnia di un gran maiale
mi imbratto di desolazione
miro il fondo di un burrone
mi tramuto in un pupazzo
cado veloce come un razzo
abbandonato senza ardore
vorrei solo spegnermi altrove